giovedì 23 febbraio 2012

Out..look









Sabato sera ho intuito -da alcuni apprezzamenti di ritorno- che Madame ha spiegato ai suoi amici ospiti a cena, mentre gli mostrava la casa, che io non dormo presso di lei (o nel suo letto). E che la camera Sua è soltanto Sua. 
"Dall'.. outing  all'out.. look.. ".
Io ero indaffarato che stavo cucinando, ed ho colto delle battute di risposta.
In cucina non avevo sentito quello che aveva detto loro.
Come tutte le cose che rendono condivisa, e tangibile, questa relazione ne sono stato turbato. O toccato, o emozionato.

Madame è meravigliosa.
Lunedì mattina, sono passato per il bar dove si erano fermati per l'aperitivo prima della cena.
La gestrice mi ha detto: "ho visto la Signora... , l'altra sera, con i suoi amici, mentre tu eri a casa a cucinare.
Ma allora... sei proprio schiavo! Adesso sei proprio suo schiavo."
Precisamente.
Ovviamente non sapeva quanto ci azzeccava. O forse sì, in parte, perchè è una persona assai intuitiva, ed a volte intuisce cose che proprio non conosce (o non saprebbe immaginare).

Ed io naturalmente, senza entrare nel merito l'ho confermato.
Cioè non l'ho minimizzato, o compensato con qualche altra considerazione.
Ma ho semplicemente detto: "Certo. E' vero.", mentre le sorridevo, quasi a comunicare che andava... tutto bene.


Cuissardes















Gelosia








Ieri sera ho sofferto la gelosia.
Sì lo so che è cosa ridicola ed inquietante.
Assolutamente senza senso, anzi totalmente al contrario di ogni buon senso. Ma proprio al verso opposto, anzi in controsenso. Ma così è andata.
Perché “contro-senso”? Perché “io” (prendiamo l'io normale -o storico, o precedente)... geloso?
Sembra andar contro il percorso (non solo mentale) di anni, e di una lunga strada precedente.
L'io schiavo (o io presente)... come può essere geloso, uno “schiavo”?
E geloso poi della Padrona, è completamente folle, e controsenso. Completamente improponibile, errato, impossibile da assumere e da giustificare. Secondo ogni punto di vista. (Uno schiavo non può “permettersi”, di essere geloso della Padrona. Deve solo servirla.)
Infine... non ve n'era alcuna ragione, e lo sapevo benissimo.
Nessun senso, e nessuna argomentazione, appiglio, sostanza.
All'osteria, mentre chiacchierava con M. Un amico.
Ma ho visto la gelosia. L'ho riconosciuta, provata. Una gelosia antica.
Quella gelosia che rode le viscere, che fa sentire legati. Impotenti, vittime della perdita (assenza, mancanza) della persona stimata.
Una gelosia di trent'anni fa (e anche dopo) che pensavo che non avrei più provata.
E che ho ritrovato invece in tutto il suo sapore, per quanto -ovviamente- in più modesta misura (e non di una dimensione così assolutamente sconvolgente). Ma il sapore era lo stesso: era lo stesso gusto, esatto.
A differenza di un tempo l'ho guardata. Riconosciuta e provata (non che sia un gran risultato: era diversa la grandezza, e il ruolo -aiutava, in questo-. O forse la causava.).
Ma stupore che sia avvenuta, che sia... comparsa. Non me l'aspettavo. E l'ho vista precisa, in trasparenza. Apprezzata, come “sofferenza”. (Di questo forse la Padrona ne trarrà piacere. Dalla “sofferenza. Per lei. Geloso. Per quanto ci vadano le virgolette, per rispetto... a Lei, e al Suo potere. Al Suo ruolo. Che non è soggetto a gelosie di uno schiavo. seppure le provoca, e ci gode)
E dunque perché?
Stupidamente, perché. E meglio, perché si manifesta pienamente, chiaramente, dimostrandosi in-fondata.
Perché la Padrona era fuori che parlava con M. (di cui non sono invidioso della compagnia, cioè non ho rammarico per tale mancanza). Rideva e scherzava. L'uno di fronte all'altra, con un bicchiere di vino in mano. M. (Padrona) molto disinvolta (e, credo, compiaciuta) ed M. (l'amico) felice e lieto.
Io ero dentro, appena oltre la porta e la vetrina, con E. (altro amico) impegnato con lui a chiaccherare. E. ed M. non si conoscono, e non avevano ragione di desiderare di farlo, e quindi io ero isolato, con il primo.
Questo non poter uscire (ed essere impegnato con E., e con i discorsi suoi) mi ha mosso... gelosia. L'ho sentita arrivare. Proprio da lontano, pulita pulita.
(Chiaro che adesso, a cento anni, ho anche due occhi un po' più lucidi per vederla, senza confonderla, o confondermi.
Ho... la vista un po' più precisa.)
Stupore, ma rimaneva. Era proprio la Signora Gelosia. Uscita chissà da dove, tutta in ghingheri e con i tacchi a spillo, fru-fru, seppure non faceva chiasso ed era piuttosto sommessa.
Ma inequivocabilmente si è presentata a farmi visita, e in pompa magna. Cioè pienamente signora, e sé stessa.
Dentro e attorno ci giocavano, come valletti, il fatto (il primo fatto) di M. con la Padrona.
Di quando si era innamorato, e mi aveva poi chiuso fuori dalla porta di casa mia, insomma quella serata. E poi la seconda volta, quando la Signora (M ) se ne era parzialmente (o tanto) eccitata, e si figurava o fantasticava di chiamarlo direttamente per scopare assieme.
In più, il fatto di essere escluso.
In questo (in questo “quadro”, e dato questo “quadro”, per quanto bislacco sia) andava IN SOMMA il fatto di essere schiavo (e quindi a rinforzo...) di non poter PROPRIO avvicinarmi (cioè fare in modo di non essere escluso). Su questo, l'impossibilità “materiale” data dalla presenza fisica dell'altro amico, faceva da serratura, chiudeva la prigione.
Cioè ero impossibilitato a cambiare le cose (e l'ordine delle cose), per quanto inventate (e, forse, pure infondate..) fossero.
Da lì la gelosia ansiosa, che non conosceva ragioni.
Il fatto di essere schiavo, siglava con fermezza -o con sensazioni materiali- il fatto che, SE FOSSE STATA VERA... non avrei potuto farci niente lo stesso (o a maggior ragione).
Quindi, che la ragione, la situazione fosse vera o meno (giustificata o meno) aveva minore e relativa importanza di fronte al fatto che non avrei potuto farci niente in nessun modo, e che dovevo subire il fatto (che era quello che stavo facendo in quel momento, seppure in una dimensione cerebrale o simbolica). Come minimo la raffiguravo e la vedevo... come una minaccia o una promessa. Con in più il fatto di essere astratta, e quindi neanche percettibile o contestualizzabile nella sua realtà.
Di fatto... ero terribilmente geloso, legato, dolorosamente geloso. Senza averne ragione, né possibilità.
E' stata una bella esperienza. Curiosa. Sia come schiavo (di solito questo non accade, o non forse non dovrebbe accadere, e chissà o come avrebbe a ripetersi, in occasione reale. Se per nulla o in maniera precisa, o parziale. O non “pura”, cioè mescolata con altri moti o emozioni, e non esclusiva e isolata)... che per aver ritrovato una (e più d'una) vecchie emozioni, che credevo estinte, e staccate. Ed invece esperienze presenti, sotto pelle, a disposizione.
Per un vissuto da schiavo, che sono io, tutto da scoprire. In un'altra emozione, altra situazione, su cui questi temi sono, sono stati, e vengono vissuti.
Per il Piacere della Padrona, qui.

E di farmi soffrire, con pieno Potere .
Del Suo piacere.
E così sia

Sogno










Stanotte è andata “peggio” (come diceva Pasqualino): si è ripetuto il sogno di ieri.
Repetitia iuvant, dicevano i padri. Si inseriscono le sottolineature.
Vero è che il sogno si mescola alla realtà, e parte da questa, ma interessante è la ripetizione, seppur parziale, di registri.
Mi sono coricato alle 6.10, con la sveglia puntata sulle 6.50. E questo per colpa dei trojan.
Ed è chiara l'ansia di riposare un poco. Ma mi sono sognato che dovevo fare presto, che dovevo fare in fretta, perché dovevo morire. Questa volta direttamente io, senza false nonne a far da copertura, da controfigura. (Sfido io, in quaranta minuti di sonno non è che ci sia tanto tempo... per i decori.)
E la morte non era affatto truce e neppure cupa. Era una morte neutra e necessaria, un atto dovuto.
Ma mi ripetevo che dovevo fare in fretta le cose che dovevo fare (in questo spicciolo caso era sistemare le cose ed il pc con i trojan. Ma non credo che le scadenze fossero le rate dell'automobile o i versamenti dell'Iva, come confine con la morte, la morte “vera”.) Perché poi, a breve, sarei dovuto morire.
Ora, posto che mi sento sano più o meno come un pesce (o almeno a sufficienza per proseguire in questo pellegrinaggio terreno), la morte risuonava con i temi e le sensazioni della sera prima.
Ed era, nel dormiveglia che accompagnava il sonno, in quella mezz'ora (in cui a volte mi accorgevo di essere sveglio e mi sforzavo di dormire, visti i secondi a disposizione, ed altre dormivo e mi sentivo spinto a svegliarmi, sapendo che comunque sarebbe accaduto da lì a minuti..), era “chiara” (per quanto può essere chiara, in quelle condizioni -o forse proprio chiara, immediata, senza filtri mentali, in quelle confusioni) l'aggancio, la connessione, di quella “morte” con il bdsm. La “morte” in questo caso ERA il bdsm. O “quella morte” nel e del bdsm al matrimonio di ieri. O a qual mondo ripetuto, previsto, e ritenuto “normale”.
Ed era, in questo senso la intendo come morte, come chiusura definitiva, o potremmo dire “assoluta”, cioè senza margini di comunicazione. Di interscambio, o luoghi in comune. Rapporti, relazioni.
Come “vita nova” (mutuando dante, ancora).
E questo (questa inquadratura) da sveglio mi fa anche paura. (Così con toni drammatici, onirici, fortemente drappeggiati. Diciamo “estremi”.) Inquietudine, sicura. Ed anche preoccupazione, paura. Paura per la realtà che si verrà (verrebbe? Boh..) a determinare.
Ma nel sogno no. Dove compare, con quei tratti così enfatici, definitivi, non c'è paura, ma solo sguardo a ciò che accade.
Curioso, come a scuola, quando ti ripetevano in due minuti la lezione precedente, per assicurarsi che ti sia entrata.
Anche se questa volta è tutta colpa dei trojan e della notte breve, che si è determinata.
Ma la colonna musicale era dello stesso autore.
La vedremo dal vivo. In concerto on-line (ah no: life. Zoppica ancora un poco, questo mio perfetto inglese.)
Forse, chissà.
Non dipende da me, io ci metto solo la morte del matrimonio e paura. (uno in sogno e l'altra da sveglio. Forse tutte e due giustificate). E divento ogni giorno un millimetro più dipendente dalla Padrona. Con sua piccola soddisfazione e buona pace. Vedremo domani.

martedì 21 febbraio 2012

Lavatrici? Lavatori o lavatrici?






La Signora, se vuole che venga fatto come si deve, dovrà spiegarmi ancora come si lava la Sua biancheria, pena il rischio di fare danni con la lavatrice. E soprattutto che vi butti in questa la roba che va lavata a parte. (Se ce n'è).
Indipendentemente che il bucato a mano DEBBA farlo io o meno. Cioè, andrà fatto come dice lei.
E' solo per procedere serenamente con le lavatrici della roba scura, quando è il caso.





Marpa









  Marpa


E Marpa si comportava perfettamente (e genericamente con  "amore"..) trattando Milarepa come uno schiavo (che i "servi " percepiscono un salario, solo agli schiavi si risolve la paga con la schiavitù). Trattandolo in maniera assolutamente spietata e crudele. 
Perchè questo era il suo destino (di Milarepa, ma anche di Marpa) il suo luogo. E questo andava, ed era, nell'ordine delle cose.


 Milarepa


Non credo che Marpa sia stato meno spietato, o abbia fatto costruire inutilmente una volta la torre in meno, per "amore". Lo lasciava in mezzo ai sassi a spaccare pietre, di notte fuori al gelo. Non lo badava e non gli insegnava niente, non gli dava niente. Ed era anche il "suo" destino o la sua prova, la sua strada. La "sua" storia chissà perchè, e in questa si comportava con la stessa applicazione, allo stesso modo, che se avesse dovuto insegnarli i sutra o il Dhammapada. 
E Milarepa avrebbe potuto anche morire in questo compito, non c'era niente da fare.
Ora, io non credo che amassero o si amassero di meno, che se avessero studiato il Dhammapada.
Era soo e semplicemente così, per qualche ragione. E solo costruire e distruggere nove torri in pietra, è servito a Milarepa per poter diventare discepolo, poter cominciare. E a marpa a chissachè. Solo che ne parlano ancora.




 Milarepa's cave





 Milarepa Gompa




Milarepa Tower

Il libro dei piaceri





“...
Esclusi dalla partecipazione autentica, i gesti dell'uomo deviano nella fragile illusione di essere insieme o nel suo contrario, il rifiuto brutale e assoluto del sociale. Essi oscillano all'uno all'altra in un movimento da bilancere che fa scorrere le ore sul quadrante della morte.

Sei pronto, perché mai il tuo desiderio debba infrangersi, sei pronto a infrangere gli scogli del vecchio mondo?
Ciò che fa difetto agli amanti è di amare il loro piacere con più conseguenza e più poesia. Il principe Shekur, si dice, conquistò una città e la offrì alla sua favorita per il prezzo di un sorriso.
Ecco dunque in alcuni presi dal piacere di amare senza riserve abbastanza appassionatamente per offrire all'amore il letto sontuoso di una rivoluzione.”

Traité de savoir-vivre à l'usage des jeunes générations. -1967, Gallimard-.
pag 28 dell'ed. italiana -Vallecchi, agosto '73-. Prima pag, scritto a mano: claudia '74.


1974!! Signori. Neanche un anno dopo, la sua uscita italiana.
“amare senza riserve abbastanza appassionatamente per offrire all'amore il letto sontuoso di una rivoluzione“.




Ora, circa settant'anni.. dopo, e molte vite e molti “mondi” (mondi reali, e mondi immaginali) dopo, oggi abbiamo alcuni strumenti.. per capire.
Strumenti strappati con le lime, con denti ai lupi dentro notti gelide e artiche, e le atmosfere scure.
Abbiamo degli strumenti per spiegare. 
Strumenti forgiati nell'acciaio della... merda, del lavoro di ogni giorno (quello di vivere) e delle galere... della vita.
Strumenti semplici -grimaldello, martello, leva, lama - ed impeccabili, con cui entrare in merito, e con cui decodificare. Anche. Vedere/dire.
Taglienti. Non male.



Nel lessico, nell'uso del lessico. Finiti gli anni post sessantotto, i sogni dei giovani coi fiori, e le atmosfere di “liberazione sessuale”... cosa ne resta dell' “amore”? Ovvero, cosa vuol dire (e come si può intendere) oggi.. l'amore? Se lo consideriamo come gli innamoratini di Peynet




forse siamo fuori strada. Perché giustamente lui è nato nel 1908 (sessant'anni prima, del '68) anche se li ha fatti per 150 anni, diventando eterno.






Non vanno più perfettamente bene, gli innamorati di Peynet, anche se tengono in piedi il moccolo, a San Valentino:essi  non sono più perfettamente... oliati, sincronizzati ed espressivi. Di questi tempi.
L'amore non è più la famiglia (casa tetto e chiesa) e neanche la coppia (anche), rilassata.
(intesa nell'etimo di Severino. Lett: “rilasciata”. -Severino faceva il filosofo, e il falegname. Il primo decisamente male, il secondo... così così. Ora riposa).
Non è neanche il miele della new-age.
Non è né carne né pesce: cos'è?

Proviamo... (levati gli strumenti da scassinatore dalla borsa dei ferri) a sostituire l'amore, gli amanti dei primi anni settanta con pratica, e praticanti. Gli amatori di discipline tradizionali sapranno ciò che si intende dire. Gli stagisti dei corsi post-infermieristici e ospedalieri, meno.

Ed armati di questi tronchesi che ci fanno tagliare le reti, come in val Susa procediamo.

Il Maestro... bastona “per amore” il discepolo.. nella pratica dello zen? O per interesse personale?
Marpa, il discepolo di Naropa, fu per amore o cosa che costrinse a costruire torri di 9 piani a Milarepa, che poi gli faceva distruggere, e ricostruire?
(“Fu così che, all'età di 38 anni, Mila divenne allievo del grande traduttore Lotsawa Marpa, il quale gli concesse di restare nei suoi terreni, ma si rifiutò di ammetterlo tra i suoi studenti e di concedergli qualsiasi insegnamento.
Per sei anni Mila venne trattato come un servo e gli fu ordinato di svolgere lavori che mettevano alla prova il suo fisico con difficoltà insostenibili. Gli fu addirittura ordinato di costruire e distruggere ripetutamente una torre di nove piani. Non lasciandosi scoraggiare dai progetti alquanto mutevoli di Marpa, Milarepa riuscì a completare il lavoro (e si dice che la torre da lui costruita svetti tuttora in Tibet). Wiki). O era pazzo Marpa, o disinnamorato?

Non era per "amore" che Giordano, Tommaso, Galileo si ersero contro Santa Romana Chiesa, che pure amavano. (Per amorte del vero..) Cosa c'è di diverso nella “pratica” (che è inflessibile, spietata anche, delittuosa. Che non è -per intenderci- niente di simile agli innamoratini di Peynet) che... nell'amore?

Dove l'amore è quello che regge e forma tutto, secondo i testi mistici e sacri; che tutto informa, permea e sostiene. E la via della “pratica” non è la via dell' “amore”? Dell'amore sublime, e divino? (Lo dicono, in malo modo, persino quelli della niù age). La pratica di seguire e di cercare, di uniformarsi a ciò che è. Amore, amanti, praticanti, dio, tao... sono la stessa cosa.
Merda, sasso, sole. (questo per usare i termini tantrici). Anche se trattano Milarepa sei anni come un servo, e con il bastone. Senza riconoscerlo come discepolo e senza insegnargli nulla.
Quanti sono i maestri che spediscono i discepoli per anni a ribaltare i sassi del torrente, a levigare tegole in coccio per farne specchi, a pulire milioni di volte la stessa piastrella? Nulla hanno a che vedere con la melassa della coppietta, degli innamoratini di Peynet. (Che andavano benissimo... circa.. intendiamoci. Rappresentavano un sogno (il poeta, la fanciulla) uscito durante la guerra.
Ora abbiamo gli strumenti (alcuni strumenti) per leggere anche il “Trattato”, fra le righe, Oltre le righe. E divertirci con la scrittura situazionista. Come peraltro ci siamo sempre divertiti.

E dal Trattato al dono, di oggi, per Madame.
Innanzitutto un libro verde, che così sarà gradito.
Poi situazionista (post-situazionista) del buon Raul Vaneigem. Che ha mosso ettolitri di sudori, e di giovanili furori, il raul. Prima di essere espulso, anche lui (o radiato?) dall'Internazionale.
Qui con un libro che almeno nella descrizione di copertina, si muove negli interessi di Madame.
Il piacere, i piaceri.


Ça va sans dire, è un oggetto infrequente e curioso, nel panorama degli incontri librari casuali. Trovato in una bancarella a San Barnaba, è un dono intenzionale e voluto. Per quanto tocchi luoghi marginali e devianti-deviati, rispetto al Tema.. di questo blog. E di questa vita. Ma così è la vita.

Sempre meglio che costruire murette nei valloni tibetani, per capire qualcosa.

La felicità non si paga, si strappa alla società.. che la vende.” pag. 62. Non è “riformismo” puro.
E neanche coccarde di vecchi par
migiani.
L'emancipazione autonoma degli individui è la sola base di una società senza classi.” pag 143.
Poi quello che c'è scritto dentro, se non ricordo male, è solo un bel giocattolo.
'80, Arcana. Sono 22anni che non lo leggo. E ci sarà anche un motivo, ritengo.

Un giocattolino, un dono per Madame, oggi. Vaneigem.
Dal suo schiavo.